Roberto, nella tua lunga esperienza hai avuto la possibilità di assistere ad un cambiamento epocale della fotografia: il digitale ha apparentemente stravolto il modo di fotografare, dagli strumenti al suo utilizzo finale. Quali sono secondo te i pregi e i difetti di questa evoluzione?

Non vorrei avventurarmi su un terreno particolarmente scivoloso come quello della ‘fotografia’ digitale: ci sarà sempre qualcuno che la magnificherà, credendo appunto di parlare ancora di fotografia. O che la elogerà ponendo l’accento sui risvolti ‘ecologici’ della questione. Credo, invece, che essa attenga più alla ‘raccolta dati’, allo stoccaggio, alla parcellizzazione in segmenti. Personalmente non ho mai pensato alla fotografia in termini di accumulo, di archivistica, come se si trattasse di francobolli o schede telefoniche. Per quanto mi riguarda, la fotografia, o almeno quella cosa che chiamavamo ‘fotografia’, non esiste più. Al suo posto c’è questa cosa che potremmo chiamare, se vi piace, ‘pixo-grafia’.

Fotografare oggi sembra non avere più segreti né più limiti…

I ‘segreti’ forse li detenevano i primi fotografi o i rampolli dell’alta borghesia che si dilettavano con l’albumina e il collodio. Per me, ripeto, la Fotografia non ha mai rappresentato una scienza occulta, alla Cagliostro per capirci, con ‘limiti’ fisici da superare, una mirabolante magia con la quale sbalordire il popolino, ma un qualcosa che poteva essere e non è stato, che non potrà essere più. Innanzi tutto, mi ha molto colpito come molti fotografi siano passati con rapida noncuranza a questo tipo di procedimento, il che la dice veramente lunga. Dimostra quanto scarso amore avessero realmente per il proprio mestiere, quanta poca pazienza e quanto poco interesse per le persone, per l’umanità. Vi è un’ideologia che sottende a tutto ciò, che implica negligenza e ottuso dinamismo, due difetti che sembra si elidano a vicenda ma che, per me e in questo caso sono saldamente correlati. Una sciatteria e un iperproduttività dissennata che ricalca dinamiche da ‘ufficio acquisti’, una visione mercantile della società, un allontanamento tra le persone e tra gli individui che l’informatica, in quanto tale, favorisce e in qualche modo asseconda. In tutto questo, gli apparenti vincitori sono stati in primo luogo i giornali, proprio loro che non vedevano l’ora di buttare fuori dalle redazioni i fotografi, e che hanno colto immediatamente la palla al balzo: immaginiamoci la loro soddisfazione. Un po’ come quando qualcuno ti fuma addosso un sigaro e appena se ne va, spalanchi con sollievo le finestre.

Parli di apparenti vincitori, ma il mondo dell’informazione e più in generale della comunicazione si è molto omologato…

E’ uno dei motivi per cui sono convinto che la loro è stata una vittoria di Pirro: abbiamo giornali e riviste ancora più brutte se vogliamo, e il rischio della chiusura sempre in agguato. Si potrebbe dire “E’ l’informatica, bellezza!”. In più, sono anche convinto che i giornalisti abbiamo sempre provato un misto di odio e sottile invidia nei confronti dei fotografi, come per una consapevole sensazione che questi ultimi - con le immagini - potessero dire cose che loro - con la scrittura - non sarebbero mai riusciti ad esprimere. E tanto ne erano persuasi che trattavano molti noi professionisti alla stregua di bambinetti un po’ scemi: con rozzo paternalismo e sopportazione al limite dell’arroganza.

Hai qualche aneddoto per i lettori di Foto-Review?

Ricordo per esempio e con simpatia i lunghi pomeriggi all’’L’Espresso’, prima di essere ricevuti dai responsabili del reparto fotografico. Occupavamo, noi fotografi, una saletta di due metri per due, e dopo un po’, per forza di cose dovevamo spostarci a chiacchierare in uno stretto e lungo corridoio dove giornalisti di grido dovevano necessariamente passare a slalom. E lì vidi le occhiatacce, gli sbuffi, le facce seccate per quelle presenze importune. La nostra sola presenza dava fastidio. L’informazione, il giornale era ‘cosa loro’. E dire che ‘L’Espresso’, parlo di quello degli anni ’50-‘60, quello del ‘Capitale corrotta, nazione infetta’, si avvaleva della preziosa collaborazione di fotografi come Franco Pinna, Nicola Sansone, Calogero Cascio, Silvestre Loconsolo e molti altri. Immagino che ai giovani di oggi probabilmente i loro nomi non diranno nulla, ma allora rappresentavano la ri-nascita della fotografia italiana dopo la guerra, dopo vent’anni e più di veline e di agenzia Stefani.

Qui c’è una vena di amarcord…

Penso che quella sia stata una generazione di fotografi che per quarant’anni ha raccontato con convinzione, e un punto di vista direi umanistico, un Paese complesso e allo stesso tempo ‘tragico’ come il nostro. Immagini lucide, razionali, organizzate e incise dapprima nelle loro coscienze e dopo sulla pellicola. E penso alle foto di Pinna nelle borgate romane o alle spedizioni etnografiche in Lucania, a quelle di Loconsolo sulle fabbriche del Nord, come la ‘Ricagni’ e i suoi operai con le dita mozze, a quelle di Bizziccari sul lavoro minorile nel Sud Italia, a quelle di Giaccone sul movimento del ’68 a Roma. Nulla da invidiare, forse il contrario, alla grande fotografia americana della F.S.A., a quella sovietica, alla ‘scuola francese’. La Fotografia italiana in quel contesto storico ha brillato come non mai per originalità e compattezza visiva, con uno spessore metodico che in altre parti mi pare non sia mai stato raggiunto. Robert Capa e William Eugene Smith, portati come esempi di un fotogiornalismo integerrimo e moralmente impeccabile, ma pervaso da una furia oserei dire calvinista - almeno per quello che riguarda Smith - sono stati nondimeno delle stelle solitarie, fondamentalmente individualiste, irraggiungibili, mentre i fotografi italiani ricordati prima avevano una sintonia di vedute, un’etica comune e condivisa, che faceva sì che le loro immagini, e non per caso, risultassero a prima vista in sintonia, senza particolari differenze, un po’ quello che era avvenuto trent’anni prima con i fotografi del ‘New Deal’. Ciò vuole dire in primo luogo un’indiscutibile e penetrante unità di intenti e una compiuta visione d'insieme sullo sviluppo della società non calata dall’alto, come sappiamo invece nel caso della F.S.A., che cambiò il modo di vedere, di raccontare e di raccontarsi. Dubito che potrà esserci in futuro un simile mutamento di direzione come quello che si verificò allora.

Spesso, i cambiamenti più radicali sono già iniziati da tempo quando si comincia ad avvertirne gli effetti, ma ora un primo bilancio è possibile…

In questo momento, a mio parere, il ‘mezzo’ digitale, paradossalmente smerciato come una innovazione e una ‘rivoluzione’, si sta rivelando invece per quello che qualcuno già presentiva: una sorta di ‘Controriforma’, di ‘ritorno all’ordine’, di ‘banalità dello sguardo’, tutto questo legato ad un culto della tecnologia senza il più piccolo beneficio del dubbio, senza ‘se’ e senza ‘ma’. Un legarsi mani e piedi ad una tecnologia fredda e cadaverica come solo può esserlo una scheda perforata, o come quei miliardi di ‘megabyte’ che ci girano intorno a ciclo continuo. Potremmo definirlo un raffinato ‘sistema di bloccaggio’, non tanto della cosiddetta creatività, quella forse si esprimerà in altri tipi di arte, quanto della ricerca, dello studio, dello sviluppo di un pensiero per lo meno autonomo: quello che per lungo tempo era stato un elemento caratterizzante di un certo tipo di fotografia.

Quindi quale fotografia è possibile oggi?

Una volta un altro fotografo, un collega mi rimproverò così: “Tu sei ancora legato a Sander e ai suoi contadini con le biciclette. Quel tipo di fotografia non esiste più”. Aveva ragione lui. La fotografia si stava trasformando in qualcosa che si avvicinava più alle riprese televisive, alle visioni da telefonino, alla grafica. E si stava avvicinando altresì ad una dimensione ludica, ad un originale, leggero e adolescenziale passatempo. Le pubblicità delle grandi aziende produttrici di macchine fotografiche, e non solo, non a caso puntano sugli aspetti giocosi del fotografare, sul divertimento, su presunti ‘passi avanti’ resi possibili da scenografici dispositivi-appendice, da prolunghe robotiche. L’idea che vedo passare nell’atto di fotografare è di mettere al suo centro il macchinario e le sue funzioni, l’apparecchio e non l’uomo, con la sua umanità, i suoi saperi, con la sua indispensabile intelligenza. E’ quell’intelligenza che mi piacerebbe ritrovare in un’immagine, un qualcosa che ci faccia perlomeno intuire cosa è ‘giusto’ e cosa è ‘sbagliato’, anche solo per un attimo. E che ci dovrebbe far istintivamente e definitivamente rinunciare a saltellare dietro ad una rana.

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© Foto - Roberto Canò - fotografo professionista

 

Roberto Canò, classe 1963, è fotografo professionista con una vasta esperienza nonché da anni docente di fotografia di Reportage e Storia e Critica della Fotografia Sociale del Novecento. Ha collaborato con diversi settimanali e quotidiani italiani come L’Espresso, L'Illustrazione Italiana, Panorama, Avvenimenti, Carta, Nuovi Argomenti, Il Venerdì di Repubblica, La Repubblica, Il Corriere della Sera, L'Unità, Il Manifesto, Il Messaggero. Nel 2004 ha pubblicato un libro fotografico, “La nuova storia-Italia, un paese per immagini”.

© Testi - Foto-Review.it – Cristina Chiarotti